Quando i beni inseriti nel fondo patrimoniale non sono aggredibili dal Fisco.

14 ottobre 2020

Capita molto spesso che gli immobili conferiti nel Fondo patrimoniale, ai sensi degli artt. 167 e ss., vengano aggrediti dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione (ex Equitalia) mediante iscrizione di ipoteca, in ragione della sussistenza di debiti tributari.

Su tale questione sono insorti molti contenziosi in Commissione Tributaria, alcuni dei quali sono giunti anche all’attenzione della Corte di Cassazione.

La principale doglianza del contribuente concerne la violazione del precetto normativo di cui all’art. 170 c.c., secondo il quale “L'esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”, laddove, secondo una tesi favorevole ai contribuenti, i debiti di natura tributaria sarebbero necessariamente contratti “per scopi estranei ai bisogni della famiglia”, con la conseguente impossibilità di aggressione degli stessi da parte dell'Erario.

Sull’annosa questione ha fatto da ultimo luce la Cassazione, fissando un principio di diritto decisamente condivisibile.

In particolare, da ultimo, con l’ordinanza n. 5017/2020, la Suprema Corte, giudicando sull’impugnazione di un’iscrizione di ipoteca su di un immobile inserito in un Fondo patrimoniale in ragione di pregressi debiti fiscali, ha precisato quanto segue: “L'esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Alla luce della natura dell'iscrizione ipotecaria, si è dunque affermato che" l'iscrizione ipotecaria di cui all'art. 77 del d.P.R. n. 602 del 1973 è ammissibile anche sui beni facenti parte di un fondo patrimoniale alle condizioni indicate dall'art. 170 c. c., sicché è legittima solo se l'obbligazione sia strumentale ai bisogni della famiglia o se il titolare del credito non ne conosceva l'estraneità a tali bisogni, gravando in capo al debitore opponente l'onere della prova non solo della regolare costituzione del fondo patrimoniale, e della sua opponibilità al creditore procedente, ma anche della circostanza che il debito sia stato contratto per scopi estranei alle necessità familiari, avuto riguardo al fatto generatore dell'obbligazione e a prescindere dalla natura della stessa. ( Cass. n. 20998/2018; Cass. n. 1652 del 2016; Cass. n. 22761 del 09/11/2016; Cass. n. 3738/2015; Cass. 23876/2015). In particolare, si è affermato che il creditore può iscrivere ipoteca su beni appartenenti al debitore e conferiti nel fondo, se il debito sia stato contratto per uno scopo non estraneo ai bisogni familiari, ovvero - nell'ipotesi contraria - purché il titolare del credito, per il quale procede alla riscossione, non fosse a conoscenza di tale estraneità, dovendosi ritenere, diversamente, illegittima l'eventuale iscrizione comunque effettuata ( v. Cass. n. 23876/2015; Cass. n. 1652/2016; Cass. n. 2998/2018). Ne consegue che i beni costituenti fondo patrimoniale non possono essere sottratti all'azione esecutiva dei creditori quando lo scopo perseguito nell'obbligazione sia quello di soddisfare i bisogni della famiglia, da intendersi non in senso oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione Corte di Cassazione - copia non ufficiale dell'indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari.

Questa Corte ha, altresì, ribadito che il criterio identificativo dei crediti che possono essere realizzati esecutivamente sui beni conferiti nel fondo va ricercato non già nella natura delle obbligazioni, ma nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse e i bisogni della famiglia sicché non assume rilievo la natura - per usare le parole del ricorrente - latamente pubblicistica del credito di cui alle cartelle di pagamento (Cass. n.3738/2015, n.15886/2014; Cass. n. 31590/2018 in motiv.).

Spetta, pertanto, al giudice di merito di accertare - in fatto - se il debito in questione si possa dire contratto per soddisfare i bisogni della famiglia, (Cass. n.12998/2006) a prescindere dalla natura della stessa: sicchè anche un debito di natura tributaria sorto per l'esercizio dell'attività imprenditoriale può ritenersi contratto per soddisfare tale finalità, fermo restando che essa non può dirsi sussistente per il solo fatto che il debito derivi dall'attività professionale o d'impresa, dovendosi accertare che l'obbligazione sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari, nel cui ambito vanno incluse le esigenze volte al pieno mantenimento ed all'univoco sviluppo della famiglia, ovvero per il potenziamento della capacità lavorativa, e non per esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi (cfr. Cass. n. 26126/2019; Cass. n. 9188/2016; Cass. n. 3738/2015; Cass.n. 23876/2015, peraltro in riferimento alla riscossione dell'esattore).

Dunque, per dirimere la questione dell'legittimità o meno dell’iscrizione ipotecaria su di un immobile conferito nel Fondo patrimoniale, è necessario indagare non sulla natura dell’obbligazione – tributaria o meno -, ma sul “fatto generatore” della stessa in relazione ai bisogni della famiglia.

Pertanto - esemplifica la Cassazione -, se il debito tributario (come può essere l’IRPEF) è legato all’attività professionale o d’impresa che viene chiaramente esercitata per il sostentamento, il mantenimento e le esigenze dalla famiglia del professionista o dell’imprenditore (o per il potenziamento della capacità lavorativa), tale debito deve intendersi contratto per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia ex art. 170 c.c.. Pertanto, in tal caso, gli immobili conferiti nel fondo patrimoniale posso essere aggrediti dal Fisco mediante iscrizione di ipoteca nel caso di omesso pagamento del cennato debito tributario da parte del contribuente.

Di contro, se il debito tributario è sorto a seguito di un’attività di natura speculativa o voluttuaria, tale debito può considerarsi contratto per “scopi estranei ai bisogni della famiglia” e, quindi, il Fondo patrimoniale mantiene la sua efficacia protettiva ex art. 170 c.c. degli immobili nello stesso conferiti.

Il principio in esame è stato da ultimo condiviso ed applicato dalla Commissione Tributaria Regionale di Roma con la sent. n. 2887/20, depositata l’8.10.2020 (scaricabile su questo link), che ha annullato due iscrizioni ipotecarie eseguite dall’Agenzia della Riscossione su due immobili di un contribuente al quale erano stati accertati dei presunti debiti IRPEF. Le ragioni dell’annullamento sono state motivate dalla CTR in ragione del fatto che tali debiti tributari erano insorti non per un’asserita evasione del reddito d’impresa o professionale, ma a seguito di accertamento sintetico a carico del contribuente avente origine da una compravendita immobiliare contratta per mere finalità speculative.

I debiti tributari da cui originavano le iscrizioni ipotecarie, dunque, non erano in alcun modo riconducibili al soddisfacimento delle esigenze primarie della famiglia, presupposto indispensabile per poter aggredire i beni sottoposti al vincolo.

Avv. Giuseppe Marino – Avvocato tributarista cassazionista in Roma

 

 

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