Capita molto spesso che i contribuenti vengano a scoprire dell’esistenza di precedenti cartelle di pagamento mai ricevute solamente a seguito della notifica di successivi atti della riscossione tributaria da parte di Equitalia, come ad esempio un preavviso di fermo amministrativo, un’iscrizione ipotecaria, un pignoramento, o anche una semplice intimazione di pagamento. In questi casi è onere del contribuente affrettarsi a richiedere presso gli sportelli di Equitalia le dovute spiegazioni del caso – data la possibilità di impugnare l’atto successivo assieme a quello precedente non notificato entro 60 giorni dal ricevimento del primo – , facendosi rilasciare copia della cartella di pagamento mai ricevuta, o quanto meno, dell’estratto di ruolo ivi contenuto, nonché – ed è di fondamentale importanza – della relata di notifica della cartella stessa, e ciò al fine di poter meglio comprendere come sia avvenuta la notificazione e verificare la presenza di eventuali vizi del procedimento notificatorio che potrebbero anche determinarne la nullità. Tra i possibili vizi di notificazione che il contribuente potrebbe far valere in sede di un eventuale giudizio dinanzi le Commissioni Tributarie, vi è certamente l’erronea notificazione della cartella ad un indirizzo del contribuente “non aggiornato”, nel senso che questi si era precedentemente trasferito altrove, e l’Agente della Riscossione non ha effettuato le necessarie ricerche tramite i servizi anagrafici, non adempiendo così a quell’ordinaria diligenza richiesta dalla legge. A tale proposito, dispone l’art. 60, comma 3, d.P.R. n. 600/1973 – come modificato dall’art. 37, comma 27, D.L. n. 223/2006 – che “Le variazioni e le modificazioni dell’indirizzo […] hanno effetto, ai fini delle notificazioni, dal trentesimo giorno successivo a quello dell’avvenuta variazione anagrafica, o, per le persone giuridiche e le società ed enti privi di personalità giuridica, dal trentesimo giorno successivo a quello della ricezione da parte dell’ufficio della dichiarazione prevista dagli articoli 35 e 35-ter del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, ovvero del modello previsto per la domanda di attribuzione del numero di codice fiscale dei soggetti diversi dalle persone fisiche non obbligati alla presentazione della dichiarazione di inizio attività IVA”. La novella del 2006 ha in sostanza dimezzato il termine dilatorio che prima era fissato in 60 giorni per l’efficacia delle variazioni di domicilio fiscale. A questo riguardo va segnalato che l’intervento legislativo era atteso ormai da qualche anno, posto che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 360 del 19 dicembre 2003, aveva dichiarato l’incostituzionalità della normativa previgente, secondo cui “le variazioni e le modificazioni dell’indirizzo del contribuente non risultanti dalla dichiarazione annuale, hanno effetto, ai fini della notificazione, dal sessantesimo giorno successivo a quello dell’avvenuta variazione anagrafica”. La norma, in buona sostanza, sanciva che, in caso di variazione dell’indirizzo, questa avesse efficacia immediatamente solo nelle ipotesi di avvenuta presentazione della dichiarazione annuale. Nelle ipotesi, invece, in cui la variazione non era stata comunicata in dichiarazione, la variazione aveva effetto solo dal sessantesimo giorno successivo a quello della variazione anagrafica. Pertanto, gli uffici finanziari potevano, in virtù di tale disposto normativo, continuare a notificare gli atti al contribuente trasferitosi, nel vecchio indirizzo per un periodo di 60 giorni dall’avvenuta variazione anagrafica. La Consulta, ribadendo il principio secondo cui il limite inderogabile alla discrezionalità del legislatore nella disciplina delle notificazioni è rappresentato dall’esigenza di garantire al notificatario l’effettiva possibilità di una tempestiva conoscenza dell’atto notificato e, quindi, l’esercizio del suo diritto di difesa, aveva affermato che il differimento dell’efficacia delle variazioni previsto dall’art. 60, ultimo comma, fosse eccessivamente lungo (60 giorni) e comunque tale da arrecare grave pregiudizio al contribuente (il periodo di 60 giorni coincide, infatti, con il termine per impugnare l’atto). A seguito della predetta declaratoria di incostituzionalità, pertanto, le variazioni di domicilio fiscale intervenute anteriormente all’entrata in vigore dell’art. 37, comma 27, D.L. n. 223/2006 (4 luglio 2006), ancorché non comunicate al Fisco, avevano (ed hanno) efficacia immediata nei confronti dell’Amministrazione finanziaria; successivamente a tale data, invece, in mancanza di preventiva comunicazione le cennate variazioni hanno efficacia decorsi trenta giorni. Una importante conferma di tale assunto è rinvenibile nella recente sentenza di Cassazione n. 8684 del 22.2.2011, in cui la Suprema Corte afferma quanto segue: “Ed invero, va rilevato che il D.P.R. n. 660 del 1973, art. 60, comma 3 nella parte in cui prevede che “le variazioni e modificazioni dell’indirizzo non risultanti dalla dichiarazione annuale hanno effetto, ai fini delle notificazioni, dal sessantesimo giorno successivo a quello dell’avvenuta variazione anagrafica”, è stato espunto dall’ordinamento a seguito di declaratoria di illegittimità costituzionale della norma, operata da C. Cost. n. 360/03. Per il che, ritrova applicazione, in materia, la regola generale, secondo la quale l’effetto delle variazioni anagrafiche, ai fini delle notifiche, è immediato. Ne discende, con riferimento al caso di specie che il cambio di residenza effettuato dal contribuente in data 6.11.01, è divenuto immediatamente operativo, non potendo applicarsi alla fattispecie neppure il nuovo termine dilatorio di trenta giorni, introdotto dal D.L. n. 223 del 2006, art. 37, comma 27 (convertito in L. n. 248 del 2006). Tale previsione, infatti, non si applica retroattivamente e riguarda, pertanto, le sole notifiche eseguite dopo l’entrata in vigore di detta normativa, laddove, nel caso concreto, la notifica è stata eseguita cinque anni prima dell’entrata in vigore della nuova disposizione”. In conclusione, qualora un contribuente dovesse accorgersi – a seguito della notifica di un atto della riscossione – dell’esistenza di una precedente cartella di pagamento mai ritualmente notificata, ha la possibilità, ai sensi dell’art. 19, comma 3, d.Lgs. n. 546/1992, di proporre ricorso (entro 60 giorni) contro l’atto successivo lamentando la non rituale notifica di quello precedente e prodromico, e, in caso di accoglimento del ricorso, ottenere l’annullamento di entrambi i provvedimenti.

Avv. Giuseppe Marino  – avvocato tributarista cassazionista

 

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