Da un’attenta analisi della giurisprudenza recente in materia di redditometro si può facilmente dedurre come lo strumento di accertamento per eccellenza sia stato fortemente indebolito a suon di sentenze che ne hanno minato sensibilmente la valenza, soprattutto in termini probatori.

Ad oggi, infatti, il nuovo redditometro (nato dall’intervento riformatore dell’accertamento sintetico avutosi con il D.l. n. 78/2010) deve intendersi quale strumento capace di esprimere unicamente presunzioni semplici, come tali inidonee ad invertire l’onere della prova e non sufficienti a sostenere da sole un atto invasivo come l’accertamento fiscale.

La prima rilevante bocciatura post riforma dell’art. 38 del Dpr n. 600/1973, è arrivata direttamente dalla Suprema Corte di Cassazione con la nota sentenza n. 23554 del 20 dicembre 2012. Nel cuore della motivazione, gli Ermellini, equiparano il redditometro agli studi di settore, ritenendolo strumento in grado di esprimere una mera presunzione semplice senza alcun effetto sull’onere della prova che rimane, pertanto, a carico del fisco.

La portata dirompente di tale decisione trova un significativo ed immediato riflesso nella giurisprudenza di merito e, in particolare, nella sentenza n. 209/63/13 emanata dalla Ctr Lombardia. I Giudici milanesi, sulla scorta della Cassazione sopra richiamata, definiscono il redditometro come una tipologia di accertamento avente natura statistica, con la conseguenza che “possono valere le medesime considerazioni che la giurisprudenza ha espresso in ordine agli studi di settore, rilevando che la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel mero scostamento dei parametri di legge, in quanto l’inversione dell’onere probatorio presuppone un complesso quadro derivante, anche, dall’esito “negativo” del contraddittorio”.

La regionale di Milano, a ben vedere, va addirittura oltre l’input lanciato dalla Suprema Corte sottolineando l’importanza cruciale del contraddittorio, quale elemento endoprocedimentale capace di attribuire gravità, precisione e concordanza alla presunzione semplice di natura statistica ma, soprattutto, in grado di giustificare costituzionalmente l’inversione dell’onere della prova.

Proprio dalla lettura costituzionalmente orientata dello Statuto del contribuente muove un’altra decisione di merito assai interessante, ossia la sentenza n. 03 dell’8 gennaio 2013 emessa dalla Ctp di Torino. I Giudici piemontesi hanno affrontato il nodo legato alla retroattività dell’obbligo del contraddittorio preventivo, così come introdotto dall’art. 22 del D.l. n. 78/2010 che ha modificato il comma 7 dell’art. 38 del Dpr n. 600/1973, affermando testualmente che “in materia di accertamento sintetico, lo stesso è illegittimo tutte le volte in cui l’Agenzia delle entrate non abbia instaurato un preventivo contraddittorio con il contribuente, applicando anche retroattivamente il comma 7 dell’art. 38 del Dpr n. 600/1973”. Nello stesso senso si è espressa, qualche settimana più tardi, la Ctr Puglia con la sentenza n. 9/11/2012 del 27 gennaio 2012.

La giurisprudenza ha affrontato, altresì, altre questioni relative al redditometro. Tra queste ve ne sono due di primissimo interesse. La prima riguarda l’utilizzo del nuovo redditometro per gli anni pregressi, se più favorevole al contribuente. In buona sostanza, come accade per gli studi di settore, i “nuovi” indici possono essere applicati retroattivamente se più favorevoli al contribuente (così da ricalcolare, con i nuovi parametri, l’accertamento dell’ufficio su annualità precedenti il periodo di imposta 2009); è questo il principio affermato dalla Ctp di Reggio Emilia con la sentenza n. 74/02/2012 e ribadito dalla Ctp di Pistoia con la sentenza n. 1400/2/2013.

La seconda, affrontata molto bene dalla Ctp di Novara con la sentenza n. 12/6/2012 del 7 febbraio 2012 che ha confermato un orientamento già espresso dalla Ctr di Roma (sentenza n. 456/1/2011 del 22 giugno 2011) condanna il comportamento dell’Ufficio consistente nell’applicare a ritroso (cd. spalmatura del reddito accertato) gli incrementi patrimoniali relativi ad anni successivi rispetto a quello oggetto di accertamento.

Ciò posto, il quadro normativo e soprattutto giurisprudenziale illustrato è sintomatico di come il redditometro si riveli strumento lacunoso in termini di garanzie costituzionali del contribuente. La sua portata, ad oggi, assume un valore prettamente statistico colmabile soltanto con il contraddittorio endoprocedimentale.

Ad ogni caso, oltre i luoghi comuni e le paure profane, l’accertamento sintetico tramite redditometro appare processualmente debole con il contribuente che potrà adeguatamente difendersi e disinnescare un meccanismo fatto di parametri e di scostamenti ancora troppo lontani dalla realtà fattuale.

      

Avv. Giuseppe Marino                                      Dott. Giuseppe Mecca  

                          

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