Con la recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Roma n. 12631/27/14, depositata il 5.6.2014 (emessa a conclusione di un giudizio patrocinato dall’Avvocato Giuseppe Marino di Roma – qui scaricabile), è stato dichiarato illegittimo un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate e basato sulle risultanze degli studi di settore.

In particolare, dall’avviso di accertamento emergeva un lieve scostamento tra i ricavi dichiarati dalla ricorrente società, pari ad € 442.441,00, e l’ipotetico ricavo puntuale di riferimento di € 479.207,00, derivante dalla mera applicazione degli studi di settore.

Orbene, nel ricorso è stata rilevata l’illegittimità della pretesa erariale, sostanzialmente per due motivi, e cioè:

  1. I) il solo scostamento dei ricavi dichiarati rispetto ai valori derivanti dall’applicazione degli studi di settore non può costituire motivazione di per sé sufficiente su cui basare un avviso di accertamento, e ciò perché le risultanze degli studi di settore sono presunzioni semplici che necessitano di altri elementi atti a corroborare la pretesa erariale di maggiori ricavi non dichiarati. In tal senso esistono numerose sentenze di Cassazione e di Commissioni Tributarie;
  2. II) in sede di contraddittorio con l’Ufficio la società aveva inoltre compiutamente dimostrato le ragioni del predetto lieve scostamento tra ricavi dichiarati e ricavi presunti.

Ed infatti la società – svolgente attività nel settore della carpenteria leggera nella periferia romana, occupandosi principalmente della lavorazione di ferro, alluminio e acciaio – dovette affrontare numerose difficoltà, tra cui principalmente l’esproprio di parte dei propri locali al fine della realizzazione di una nuova linea ferroviaria ad altra velocità (il fabbricato espropriato venne poi demolito e l’area venne riconsegnata alla società solo dopo alcuni anni).

La società dovette quindi spostare i propri macchinari (di ingenti dimensioni) nell’unico locale rimasto a disposizione, il quale peraltro risultava troppo piccolo per la realizzazione di alcuni prodotti, quali i grandi sagomati. Di qui un inevitabile rallentamento della produzione e perdita di clientela, dato che il punto di forza della società era costituito dalla capacità e dalla velocità di realizzazione dei pezzi – soprattutto quelli di grandi dimensioni -, dalla competitività dei prezzi e dalla qualità del lavoro.

La società ricevette inoltre un indennizzo, che purtroppo non fu sufficiente a coprire il disagio, tanto che per far fronte ai propri bisogni finanziari e per continuare a garantire il posto ai lavoratori ivi impiegati, la società dovette richiedere un finanziamento di € 120.000,00, erogato solo alcuni anni dopo.

La CTP di Roma ha quindi accolto il ricorso ed annullato l’avviso di accertamento illegittimo, affermando nella specie quanto segue: “Pertanto, essendo basati (gli studi di settore, n.d.r.) su medie idonee a rappresentare l’id quod plerumque accidit – nel caso di scostamento tra ricavi e compensi dichiarati e studio di settore – non costituiscono di per sé “prove” ma devono essere integrati con ulteriori elementi idonei a rappresentare l’effettiva realtà economica del soggetto.

Pertanto, non è sufficiente, ai fini della motivazione dei provvedimenti, che l’Ufficio si riporti soltanto allo scostamento dalle risultanze degli studi di settore.

Nel caso di specie, la società ha indicato una serie di difficoltà per il regolare esercizio dell’attività incontrate negli anni documentando richieste di finanziamenti avanzate ad istituti bancari onde far fronte alla situazione di negatività.

Tali motivi, tuttavia, in sede di contraddittorio, non sono stati ritenuti sufficienti dall’Organo accertatore per un ridimensionamento della pretesa avanzata.

Ciò posto, va, tuttavia, notato che l’art. 62 sexies del d.l. n. 331/1993, posto dall’Ufficio a basa del proprio provvedimento, ha stabilito che gli accertamenti, di cui all’art. 39, primo comma, lett. d) del D.P.R. n. 600/1973 e successive modificazioni e 54 del D.P.R. n. 633/1972 e successive modificazioni, possono essere fondati anche sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio dell’attività svolta ovvero dagli studi di settore.

A tale riguardo, emerge dagli atti che contro un dichiarato di € 442.441,00 sono stati accertati maggiori ricavi per € 36.766,00, con uno scostamento dalle risultanze degli studi di settore di circa il 7,5%: il che non appare integrare l’ipotesi di “gravi incongruenze” per procedere all’accertamento induttivo. Del resto, lo stesso Legislatore, all’art. 39 comma 1 (recte: comma 2) lettera d-ter, – nel sanzionare, con il dare ingresso all’accertamento induttivo, l’omessa o infedele presentazione di modelli per le comunicazioni di dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore – ha assunto limiti superiori stabilendo come presupposto una differenza superiore al quindici per cento, o, comunque, ad euro cinquantamila”.

Avv. Giuseppe Marino

Avvocato tributarista in Roma

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