Un’interessante sentenza della CTP di Roma (sent. n. 6543/21 depositata il 3.6.2021, in un giudizio patrocinato dallo scrivente avvocato tributarista Giuseppe Marino, qui scaricabile) ha annullato un avviso di accertamento catastale afferente ad un appartamento sito a Roma, nel quartiere Parioli, confermando la categoria catastale A/2 rispetto a quella superiore (A/1) accertata dall’Ufficio.

I Giudici, prima di pronunciarsi sul merito della vicenda, prendono atto di una precedente sentenza della CTR di Roma, passata in giudicato, che già si era pronunciata sul classamento in cat. A/2 del cespite, sentenza peraltro “non recepita” dall’Ufficio.

Nella specie, i Giudici si sono espressi come segue:

“L’art. 69-bis del D.Lgs n. 546/1992 è stato abrogato dall’articolo 9, comma 1, lettera hh), del D.lgs. 24 settembre 2015, n. 156, a decorrere dal 1° giugno 2016; sicché, ai sensi del precedente art. 69, comma 1 (articolo sostituito dall’articolo 9, comma 1, lettera gg), del D.lgs 24 settembre 2015, n. 156) “le sentenze…emesse su ricorso avverso gli atti relativi alle operazioni catastali indicate nell’articolo 2, comma 2, sono immediatamente esecutive”.

Pertanto, per tale assorbente motivo, il ricorso merita di essere accolto per l’effetto richiesto dal ricorrente e cioè l’annullamento dell’avviso impugnato, con iscrizione del cespite in Categoria A/2 Classe 4, come da sentenza della CTR Lazio n. 5772/2017.

Nel merito, poi, la Commissione ritiene che, per poter qualificare un’unità immobiliare come “abitazione di tipo signorile” (cat. A/1) è necessario appurare in relazione allo specifico immobile accertato le caratteristiche che descrivono gli immobili classificabili in tale categoria catastale, e quindi verificare se si tratti effettivamente di “Unità immobiliari appartenenti a fabbricati ubicati in zone di pregio con caratteristiche costruttive, tecnologiche e di rifiniture di livello superiore a quello dei fabbricati di tipo residenziale” (Circolare n. 5 del 14/03/1992 – Min. Finanze – Catasto e Servizi Tecnici Erariali) e cioè di fabbricati non classificabili nella cat. A/2. Di detti elementi, però, non v’è tangibile traccia nell’avviso di accertamento catastale impugnato.

Al contrario, è stato rilevato dal ricorrente e ne dà atto la stessa sentenza della CTR Lazio, che ben due relazioni peritali corredate da materiale fotografico (depositate in atti sin dal primo grado di giudizio avanti alla CTP di Roma avverso il primo accertamento catastale – RGR. n. 4409/2014, cfr. doc. n. 10 e n. 11), hanno letteralmente escluso che si potesse trattare di un immobile suscettibile di innalzamento alla categoria A/1, alla luce delle caratteristiche strutturali della specifica unità immobiliare.

Insomma, la categoria e la classe catastale devono essere determinate in base alle “caratteristiche proprie dell’unità immobiliare”, mentre la presunta sussistenza di elementi di “maggior pregio” costruttivo e architettonico è stata (già) completamente smentita sia dai tecnici e professionisti incaricati della redazione dei due elaborati peritali relativi all’appartamento; sia dai Giudici che, nell’affrontare la questione della qualifica catastale, hanno concluso con sentenze di primo e secondo grado univoche quanto all’attribuzione della all’immobile accertato: “Categoria A/2; Classe 4″. Non c’è prova che la situazione di fatto sia stata modificata”.

Interessante, infine, è l’entità della condanna alle spese a cui è stata condannata l’Agenzia delle Entrate. Hanno disposto infatti i giudici che La Commissione accoglie il ricorso e, per l’effetto, annulla l’avviso di accertamento catastale impugnato e condanna l’Agenzia delle Entrate-Territorio al pagamento delle spese di lite in favore della parte ricorrente, che si liquidano in euro 4.000,00 (quattromila) per compensi, oltre spese forfetarie al 15% ed accessori di legge ed oltre maggiorazione del 50% di cui all’art. 15, comma 2-septies del D.Lgs n. 546/1992″.

Come è noto, l’art. 15, comma 2 septies, d.Lgs. n. 546/1992, dispone che “Nelle controversie di cui all’articolo 17-bis le spese di giudizio di cui al comma 1 sono maggiorate del 50 per cento a titolo di rimborso delle maggiori spese del procedimento”; in altri termini, qualora la fase di reclamo si concluda senza l’accoglimento da parte dell’Ufficio, il successivo accoglimento del ricorso da parte della Commissione Tributaria aggrava la condanna alle spese di lite a carico del Fisco (e può succedere anche il contrario a parti invertite).

Anche se la norma di legge è chiara, non è solito vedere i Giudici tributari farne applicazione. Pertanto, un plauso in più alla Sezione della CTP di Roma che ha accolto il ricorso di cui sopra.

Avv. Giuseppe Marino

Avvocato tributarista in Roma – patrocinante in Cassazione

 

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